Di viaggi e ricerche

Un giorno aveva perso la felicità

Non sapeva davvero bene com’era successo. S’era svegliata e non c’era più. La felicità, dico.

Aveva provato a cercarla nelle cose che conosceva, nel posto che pensava fosse casa sua. Aveva provato a cercarla nei cassetti -la felicità- e sotto il letto e tra le lettere degli affetti di un tempo e tra i fiori appassiti conservati nelle pagine dei libri. E negli scatoloni.

Quando non l’aveva trovata -la felicità- prima s’era messa un po’ a piangere. Poi, con la determinazione di cui sono capaci solo le persone che non sanno a cosa stanno andando incontro, aveva deciso di andarla a cercare fuori. Nei posti sconosciuti.

Aveva attraversato città immense, cercandola -la felicità- in vicoli che non aveva mai visto prima. Su segnaletiche scritte in lingue che neanche conosceva.

Era entrata in negozi d’alta classe, cercandola -la felicità- in camerini grandi come case, in vestiti da principesse.

Si era mescolata con persone che non aveva mai visto prima e aveva regalato loro del tempo, anche se non gli piacevano davvero, pur di avere sempre posti dove continuare a cercarla, la felicità.

Aveva visto ed era stata in così tanti luoghi che alla fine si era persa lei stessa. Non si conosceva più. In quello stato non sarebbe mai riuscita a trovarla, la felicità.

Quando ho cominciato a scrivere, in questo blog o sui vari foglietti sparsi qua e là, ero alle porte dell’inferno, ma ancora non lo sapevo. Non sapevo che ci sarei entrata, non sapevo di tutto il tempo che avrei impiegato per attraversarlo. Di certo non sapevo se sarei riuscita ad venirne fuori.

E poi, in un giorno un po’ piovoso alle porte dell’estate, mi sono riconosciuta. In un gesto gentile verso un’altra persona, nella voglia di uscire e di ballare, in una risata nata all’improvviso. In un capriccio.

In un giorno un po’ piovoso alle porte dell’estate -in questo giorno un po’ piovoso alle porte dell’estate- ho capito che la felicità è riconoscersi.

Sapersi.