Scarpe pesanti

Posso perdonarti di essere andato via, ma non di essere tornato.

Già in un altro post avevo citato un brano del libro “Molto forte, incredibilmente vicino”. Oggi ne lascio qui una breve descrizione.

“Molto forte, incredibilmente vicino” è il secondo romanzo dell’autore Jonathan Safran Foer, giovane scrittore americano che vive a New York.

Ed è proprio New York, una New York irrimediabilmente segnata dall’attacco al World Trade Center, lo scenario su cui si muove Oskar, il primo personaggio che incontriamo tra le pagine del libro. Oskar, nonostante i suoi 11 anni cammina, viaggia all’interno dei cinque distretti, cercando una serratura da aprire o forse solo un modo per sfuggire, finalmente, alle sue scarpe pesanti. Spalanca i suoi occhi su una New York segnata proprio come lui, che in quell’attacco ha perduto il padre.

La storia corre veloce, tra invenzioni di ogni tipo, lettere provenienti dal passato o da protagonisti improbabili, fotografie, immagini, dialoghi accumulati sotto mobili, angoli che non possono essere visti.

La storia corre veloce su racconti che si aprono come finestre su un mondo già vissuto da Grass nel suo “Il tamburello di latta”. E allora ti rendi conto che i riferimenti sono fin troppo semplici, fin troppo evidenti, a cominciare da quel nome, Oskar, usato per un uomo troppo bambino in un caso, e per un bambino troppo uomo nell’altro.

La storia corre veloce sfruttando un linguaggio che tu non sai più quando appartiene ad un bambino e quando ad un adulto.

La storia corre veloce e prima che tu possa accorgertene sei preso, rapito, irrimediabilmente prigioniero di parole che a tratti scaldano il cuore, ma molto più spesso feriscono.

La storia corre così veloce e diretta che fa male come un treno preso in pieno petto.

La storia corre veloce fino ad un finale impossibile, ma che pure ognuno di noi nella sua testa ha sempre immaginato e, di nascosto, desiderato.

Ogni cosa è illuminata

IL ROMANZO, QUANDO TUTTI ERANO CONVINTI DI AVERNE UNO DA SCRIVERE.

Il romanzo è quell’arte che più facilmente si brucia. Così accadde che alla metà del diciannovesimo secolo ogni cittadino del nostro shtetl – uomo o donna o bambino – pensasse di averne da scrivere almeno uno. Questo avvenne probabilmente a causa di un commesso viaggiatore zingaro che la terza domenica di un mese sì e un mese no portava libri a carrettate sulla piazza dello shtetl, reclamizzandoli come Mondi di paraboliche parole, mirabilia di mirabile meravigliosità. Che altro avrebbe potuto affiorare alle labbra di un Popolo Eletto se non Posso farcela?

In quei pochi anni, dal 1850 al 1853, furono scritti oltre settecento romanzi. Uno cominciava così: Quanto tempo è trascorso dall’ultima volta che pensai a quelle mattine sferzate dal vento. Un altro: Dicono che tutti ricordiamo la nostra prima volta, ma io no. Un altro: L’assassinio è un atto orrendo, certo, ma l’assassinio di un fratello è davvero il delitto più atroce che uomo conosca.

Videro la luce duecentosettantadue romanzi di memorie appena velati, sessantasei polizieschi, novantasette di guerra. In centosette romanzi un uomo uccideva suo fratello. In quasi ottantanove si commetteva adulterio. In ventinove, coppie di innamorati si domandavano cosa gli serbasse il futuro, settantotto terminavano in un bacio e in quasi trentacinque si usava la parola vergogna. Gli analfabeti facevano romanzi visuali: collage, acqueforti, disegni a matita, acquerelli. Una speciale sala dei romanzi fu aggiunta alla biblioteca Yankel e Brod, anche se quelli ancora letti cinque anni dopo la sua composizione si contavano sulle dita di una mano.

Un giorno, quasi un secolo più tardi, un bambino sfilava dagli scaffali.

Cerco un libro, disse alla bibliotecaria, che fin da bambina aveva amato i romanzi di Trachimbrod ed era l’unica dello shtetl ad averli letti tutti. L’ha scitto il mio bisnonno.

Come si chiamava?

Safranbrod, ma credo l’abbia scritto con uno pseudonimo.

Il libro, come si intitolava?

Non mi ricordo il titolo. Ma ne parlava sempre. Mi raccontava delle storie contenute nel libro, per farmi dormire.

Di cosa parla? gli chiese lei.

D’amore.

Lei rise. Tutti parlano d’amore.

Voglio scrivere delle cose, ma non so scriverle

“trova qualcuno che abbia scritto di quelle cose e citalo” –thursdaynext

Quando lo salutai, prima della sua partenza per l’aeroporto, alzai la sua valigia: era pesante.
Fu così che capii che mi stava lasciando.
Mi chiesi se dovevo fermarlo. Se dovevo sbatterlo a terra e costringerlo ad amarmi. Lo volevo tenere spalle a terra e urlargli in faccia.
Lo seguii fin laggiù.
Restai a guardarlo tutta la mattina. Non sapevo come parlargli. Restai a guardarlo scrivere nel quaderno. Lo guardai chiedere alla gente l’ora, anche se tutti non facevano altro che indicargli il grande orologio giallo sulla parete.
Era stranissimo, vederlo da lontano.
C’erano cose che volevo dirgli. Ma sapevo che gli avrebbero fatto male. Così le seppellii e lasciai che facessero del male a me.
Misi la mano su di lui. Per me è sempre stato così importante toccarlo. Una cosa per cui sono vissuta. E non ho mai saputo spiegarla. Toccatine da niente. Le mie dita contro la sua spalla. I lati delle nostre cosce che si sfioravano mentre ci stringevamo in autobus. Non sapevo spiegarlo, ma ne avevo bisogno. A volte immaginavo di cucire insieme tutte le nostre piccole toccate. Quante centinaia di migliaia di dita che si sfiorano servono per fare l’amore?

Quando lo salutai, prima della sua partenza per l’aeroporto, alzai la sua valigia: era pesante. Fu così che capii che mi stava lasciando. Mi chiesi se dovevo fermarlo. Se dovevo sbatterlo a terra e costringerlo ad amarmi. Lo volevo tenere spalle a terra e urlargli in faccia. Lo seguii fin laggiù. Restai a guardarlo tutta la mattina. Non sapevo come parlargli. Restai a guardarlo scrivere nel quaderno. Lo guardai chiedere alla gente l’ora, anche se tutti non facevano altro che indicargli il grande orologio giallo sulla parete. Era stranissimo, vederlo da lontano.

C’erano cose che volevo dirgli. Ma sapevo che gli avrebbero fatto male. Così le seppellii e lasciai che facessero del male a me. Misi la mano su di lui. Per me è sempre stato così importante toccarlo. Una cosa per cui sono vissuta. E non ho mai saputo spiegarla. Toccatine da niente. Le mie dita contro la sua spalla. I lati delle nostre cosce che si sfioravano mentre ci stringevamo in autobus. Non sapevo spiegarlo, ma ne avevo bisogno. A volte immaginavo di cucire insieme tutte le nostre piccole toccate. Quante centinaia di migliaia di dita che si sfiorano servono per fare l’amore?

Jonathan Safran Foer

E ce ne sono ancora. E ancora.