Scarpe pesanti

Posso perdonarti di essere andato via, ma non di essere tornato.

Già in un altro post avevo citato un brano del libro “Molto forte, incredibilmente vicino”. Oggi ne lascio qui una breve descrizione.

“Molto forte, incredibilmente vicino” è il secondo romanzo dell’autore Jonathan Safran Foer, giovane scrittore americano che vive a New York.

Ed è proprio New York, una New York irrimediabilmente segnata dall’attacco al World Trade Center, lo scenario su cui si muove Oskar, il primo personaggio che incontriamo tra le pagine del libro. Oskar, nonostante i suoi 11 anni cammina, viaggia all’interno dei cinque distretti, cercando una serratura da aprire o forse solo un modo per sfuggire, finalmente, alle sue scarpe pesanti. Spalanca i suoi occhi su una New York segnata proprio come lui, che in quell’attacco ha perduto il padre.

La storia corre veloce, tra invenzioni di ogni tipo, lettere provenienti dal passato o da protagonisti improbabili, fotografie, immagini, dialoghi accumulati sotto mobili, angoli che non possono essere visti.

La storia corre veloce su racconti che si aprono come finestre su un mondo già vissuto da Grass nel suo “Il tamburello di latta”. E allora ti rendi conto che i riferimenti sono fin troppo semplici, fin troppo evidenti, a cominciare da quel nome, Oskar, usato per un uomo troppo bambino in un caso, e per un bambino troppo uomo nell’altro.

La storia corre veloce sfruttando un linguaggio che tu non sai più quando appartiene ad un bambino e quando ad un adulto.

La storia corre veloce e prima che tu possa accorgertene sei preso, rapito, irrimediabilmente prigioniero di parole che a tratti scaldano il cuore, ma molto più spesso feriscono.

La storia corre così veloce e diretta che fa male come un treno preso in pieno petto.

La storia corre veloce fino ad un finale impossibile, ma che pure ognuno di noi nella sua testa ha sempre immaginato e, di nascosto, desiderato.

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Fantasmi

E chiedimi perdono per come sono, perché è così che mi hai voluto tu”

Mi è capitata sotto gli occhi questa frase l’altro giorno e indovina… indovina a chi ho pensato.

Sono quella che sente delle cose, ma ha imparato a non dirle più così tiene lontana la delusione, scansa le ferite.

Sono quella che è da due settimane che ci pensa a te. Ogni giorno. Sono quella che domani non chiamerà, quella che non farà nulla. Quella che non ci prova più, che non combatte più. Che lascia che sia.

Sono quella che in mezzo alla gente ride, anche se dentro muore.

Sono quella che sembra superficiale, che sembra che non ci tenga, che sembra che non le importi.

Sono quella che fa la dura, sempre. Quella che non si scopre. Quella che non si fa conoscere mai.

Guardami, non vedi che non ci sono più?

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Lunes de Post-Revolución

Ho conosciuto Laura un po’ di tempo fa a Modena, l’ho poi rivista in occasione della GGD8 Bologna il cui argomento era la paura della rete.

In entrambe le occasioni Laura ha mostrato un video. E’ un’intervista a due persone che raccontano il sacrificio e la fatiche che bisogna fare per essere blogger a Cuba, per esprimere le proprie idee, per parlare dei propri interessi, per postare le proprie immagini. Molti di voi sanno già chi è Yoani Sanchez: il suo blog, Generacion Y, viene periodicamente tradotto in italiano e pubblicato sul La Stampa.

Laura è stata a Cuba per incontrare Yoani e proprio in questa occasione è riuscita a parlare con Claudia Cadelo e con Orlando Luis Pardo Lazo, autore del blog Lunes de Post-Revolución, che Laura traduce in italiano con l’aiuto di Giordano Lupi.

Ogni giorno diamo per scontata la possibilità di dire le cose che vogliamo, accendiamo un computer e l’unica fatica, l’unico sforzo che dobbiamo fare è digitare i nostri pensieri sulla tastiera. Non siamo chiamati a pagare per le nostre idee, non siamo minacciati da nessuno a causa delle nostre opinioni. Scriviamo. Come se fosse la cosa più naturale di questo mondo.

Non lo è per tutti.

Vi lascio qui sotto i video dell’intervista perchè non si può chiudere gli occchi. Non si può non vedere.

L’immagine è di Orlando Luis Pardo Lazo ed è stata pubblicata sul suo blog, Boring Home Utopics

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Ma voi…

… come fate a sapere dov’è il confine tra l’affannarvi per ottenere quello che volete e il voltare pagina? Come fate a decidere da quale parte stare?

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La libertà ritrovata

Un po’ di tempo fa mi è stata offerta un’opportunità a cui non ho saputo dire di no: partecipare a The Review Engine. Praticamente funziona così: io scelgo un ebook tra quelli disponibili, lo ricevo gratuitamente nel giro di pochissimo tempo sulla mia casella di posta elettronica, posso leggero con calma, parlarne e segnalare ad altri le mie opinioni a riguardo.

Il primo libro che ho scelto e di cui adesso voglio parlarvi è “La libertà ritrovata” di Frank Schirrmacher, un saggio che vuole analizzare gli effetti che le nuove tecnologie producono sul modo di vivere e di pensare dell’essere umano, soffermandosi in particolar modo sull’accesso a quella grandissima mole di informazioni che è in grado di fornirci la rete.

Leggendo la parte iniziale del libro, la prima cosa che ho pensato è stata “porcamiseria quant’è giusto quello che dice!”. Chiunque passi anche solo un paio di ore al giorno davanti al pc può notare alcuni degli effetti descritti nel libro: si parte dalla difficoltà a catalogare e scegliere tra tutte le informazioni che ci giungono dai più svariati canali, passando per la conseguente difficoltà a mantenere l’attenzione su un determinato compito o progetto senza farsi continuamente distrarre da stimoli nuovi, fino a giungere alla conclusione che in un paio d’anni “disimpareremo a pensare in modo autonomo perché non sapremo più cosa è importante e cosa non lo è. E ci sottometteremo in quasi tutti i campi al dominio autoritario delle macchine”.

E’ questa la cosa che più mi ha colpito e che mi trova in parte in disaccordo con l’autore. La concezione secondo cui le macchine e la tecnologia, siano un’entità che ci è piovuta dall’alto, un soggetto superiore in grado di sopraffare l’essere umano, siano disumanizzate, una specie di invasione aliena come in uno dei migliori film di fantascienza che la mente umana possa mai concepire. Ecco… la mente umana, appunto.

E’ che dietro una macchina c’è un essere umano che l’ha pensata, dietro un’informazione messa in rete c’è una persona che ha interesse a diffonderla. Dietro un’informazione raccolta da Google ci sono delle persone che quell’informazione vogliono utilizzarla. Delle persone. Le macchine non vogliono, le macchine eseguono. E in questo saggio, per cominciare ad intravedere la presenza di un essere umano bisogna aspettare un bel po’. Solo a metà l’autore proclama “i computer vengono progettati da persone, e fanno ciò che le persone chiedono loro”.

Ed è proprio dalle persone che l’autore alla fine fa nascere la “salvezza”, proprio dalle persone fa partire il trampolino di lancio verso la libertà dell’uomo nell’era digitale.

Senza dubbio è un saggio molto interessante, una riflessione pacata e lucida della condizione della mente umana in questa specie di periodo di transizione in cui ci troviamo catapultati e nei confronti del quale, spesso, non abbiamo l’equipaggiamento adatto. Un saggio sulle prime nozioni di sopravvivenza che ogni cittadino digitale, quale oggi noi tutti siamo, dovrebbe leggere.

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