Lavori

Nel mio paese c’è un signore che fa il muratore. Non un muratore qualunque però, uno molto particolare.

Non so perchè ha deciso, un giorno, di fare proprio questo lavoro qui. Forse perchè dal posto in cui lavora si vede il mare, o molto più probabilmente è stato per necessità, perchè non ha trovato nessun altro modo per darsi da fare, guadagnare la pagnotta.

Sì, probabilmente è stata una necessità, ma nonostante tutto ogni giorno lui si alza e con la pazienza e la dedizione più assoluta, comincia a mettere mattone su mattone.

Questo muratore qui non costruisce palazzi, case o uffici. Non costruisce ponti o stazioni. Questo muratore qui alza solo muri, muri così piccoli che non sono poi così convinta che si possano chiamare davvero “muri”.

Il procedimento è sempre lo stesso: con le mani tremanti prende la cazzuola, raccoglie la calce che aveva preparato prima e ne mette un po’ proprio lì dove deve cominciare a costruire il muro. Sempre con le mani tremanti raccoglie i mattoni di tufo e ne posiziona una prima fila sulla calce.

Poi – facendo attenzione a non far cadere nulla dall’altra parte, a non sporcare, a non profanare – ricomincia: calce e mattoni. E mani tremanti.

Una volta sistemati tutti i pezzi, utilizza una parte della calce che aveva lasciato da parte per rifinire il muro, renderlo liscio ricoprendo le linee ruvide e irregolari dei mattoni. Nessuno vedrà mai quel muro, nessuno lo toccherà, nessuno ci si poggerà mai, ma a lui non importa. Quasi inginocchiato e con le mani tremanti ci mette tutta la pazienza, la cura e l’esperienza accumulata negli anni. Mette la calce e spalma. Mette la calce e spalma.

Quando ha finito resta lì ad aspettare, in disparte e magari fumandosi una sigaretta, che il muro si asciughi, perchè nessun muro è perfetto se non ci si fanno almeno due passate. Aspira e aspetta. Aspira e aspetta.

Le persone che erano lì a guardarlo mentre metteva su il muro ormai non ci sono più. È solo e dopo aver completato l’ultima passata, anche se il suo lavoro in realtà è finito, lui pulisce tutto.

Quando ha finito il suo lavoro da muratore, con tutto il rispetto e la pena che un uomo vivo può provare nei confronti di uno che non c’è più, per disgrazia o per destino, prende i vasi e rimette a posto i fiori.

Lo fa per quei parenti che non hanno potuto aspettare che lui finisse alla perfezione il suo lavoro e che ora sono a consumare il loro dolore in privato, nelle proprie case, tra muri veri costruiti da muratori forse più fortunati.

O forse no.

Sulla memoria

Lo so che una volta mi hai detto “ti voglio bene”, è che proprio non riesco più a ricordare quando. E come.

La persona che ero qualche tempo fa non l’avrebbe mai dimenticato. La persona che sono adesso non ha alcun interesse nel ricordarlo.

ildoppiosegreto001

 

Wishlist #3

Mi hanno sempre spiegato, e ho sempre letto, che si conoscono poco le potenzialità della mente umana e che, mentre abbiamo sviluppato in maniera enorme la parte razionale e cognitiva della nostra mente, quella che regola le nostre emozioni e la nostra empatia è rimasta ad un livello poco più che primitivo.

E allora certe volte, quelle volte in cui mi ritrovo a pensarti spesso e tanto, spero che una parte del mio cervello o del tuo sia evoluta abbastanza da farsi sentire. O sentirmi.

Le sere come questa in cui ti penso forte, mi ritrovo a sperare che una parte anche piccolissima del mio pensiero arrivi fino a te. Che ti fermi anche solo per un attimo, qualunque cosa tu stia facendo o chiunque tu stia accarezzando.

E che pensi a me.

Il bar di una stazione qualunque

Mi piace ricordarlo così. Ogni anno:

Il bar della stazione della città di B. ronzava di gente. Erano i giorni di punta dell’esodo vacanziero. Truppe valigiate e zainate riempivano e svuotavano treni, attendevano stremate dal caldo, si accampavano nelle combinazioni più teatrali, dal presepe al bivacco militare. E soprattutto si accalcavano alle casse del bar, inseguendo glaciali lattine e rugiadose bottiglie che, una volta conquistate, reggevano alte sulla testa come ostensori, o cullavano maternamente tra le braccia. Soldati in divisa guatavano nordiche rosee, chitarre di alternativi sfioravano teleobiettivi di samurai, mamme monumentali controllavano diserzioni di prole, babbi carichi come somari tentavano, con l’ultimo dito libero, di tenere al guinzaglio un botolo scatenato dagli afrori. Pazienti ferrovieri fornivano indicazioni a suor-sergentesse di brigate rosariate mentre branchi di giovanetti si spostavano compatti, e le sponsorizzazioni delle magliette si confondevano con quelle degli zaini, tanto da farli sembrare un enorme polipoide pronto a scivolare dentro al treno da un unico finestrino.

Quattro africani, ognuno con boutique al seguito, cercavano di piazzare mercanzia con alterna fortuna, un quinto riposava sdraiato tra collane, giraffe e occhiali neri, come il sultano di una reggia in liquidazione.

Due vecchie vestite di nero, in transito dalle isole, tagliavano fette di provola per una nidiata di marmocchi in mutande. Un uomo obeso, sudato, beveva birra a collo e mostrava coraggiosamente al mondo due cosciotti da tirannosauro sboccianti da shorts fucsia con la scritta “SportLine”. Un barbone camminava reggendo nella mano destra una busta con la casa e nella sinistra il guardaroba.

Un’antilope bionda, bellissima, ambrata, avanzò tra i tavoli accendendo i sogni di tutti i militari presenti, ma ahimè, poco dopo la affiancò un Thor in canottiera traforata a riccioli biondi che educatamente si mise in fila troneggiando sopra brevilinei calabresi e sbarbine romagnole già rombanti in pole position per la discoteca.

Si attendeva il 9,06 in ritardo, il 9,42 speciale, il 10,00 seconda classe settori B e C. Tutti erano partenzapér o arrivodà.

Solo due clienti del bar sembravano indifferenti alla generale eccitazione, come separati dalla folla da un velo invisibile… [continua qui]