Inquilini

Credo che nel mio cuore ci sia un omino. Ci penso ormai da un po’ perché capita a volte, dopo qualche mese che sono a Bologna e magari mi trovo a lavoro oppure sto lavando i piatti, che l’omino dentro al cuore bussa. Prima bussa piano, e io allora faccio finta di non sentirlo, ché so benissimo cosa vuole. Poi, dopo un po’, bussa un po’ più forte, un po’ più spesso. E allora, di nuovo, faccio finta di non sentirlo, ché davvero non mi piace, il dover obbedire in questo modo. Proprio no. Alla fine bussa così forte da fare quasi male e lì non si può più far finta di niente. Allora faccio le valigie e torno a casa.

Solo, non ho ancora capito se è un omino buono o cattivo.

Immagini

Venerdì sera sono stata a casa dei cugini bolognesi di mio padre. Ad un certo punto, parlando dei tempi passati e del loro viaggio in Puglia negli anni ’60, è saltato fuori un video. O meglio… Più che un video era una di quelle pellicole vecchissime, a colori certo, ma senza audio. E così l’altro venerdì sera mi sono ritrovata a guardare il sorriso di mio nonno, un sorriso che non ricordavo più perché ero troppo piccola, l’ultima volta che l’avevo visto. Ho osservato volti di persone mai viste, le ho guardate sorridere e mi sono chiesta chissà cosa s’aspettavano dalla vita, quel giorno. E mi sono chiesta se l’hanno ottenuto, almeno una volta.

La cosa che più mi ha colpito però, in quel video, è stata l’immagine delle donne della mia famiglia: bellissime e altere, a testa alta e con lo sguardo diretto. E ho pensato che, se tra cinquant’anni qualcuno dovesse trovarsi a guardare un’immagine di me beh, ecco… Voglio che sia così.

Lettera

“Vieni, ti accompagno a casa” mi dici. E io prendo la mia borsa, saluto tutti a malapena e ti seguo. In silenzio. Mica vero, che mi accompagni a casa. Me ne accorgo quasi subito, ma non ti chiedo niente. Silenzio, è tutto quello che c’è tra noi. Silenzio e attesa. Apri la porta di questo posto che non conosco. Potrebbe essere la tana di uno sconosciuto qualsiasi; tu potresti essere uno sconosciuto qualsiasi, per quanto ne so. Passeggio lentamente lungo la stanza facendo finta di ispezionare. In realtà sto cercando di rimanere ferma e sicura sulle mie gambe tenendo il ritmo con il rumore dei tacchi. No, non te lo faccio vedere che tremo.

Silenzio.

Mi volto, hai poggiato le chiavi e stai togliendo l’orologio. E’ un attimo. Borsa a terra, via il mio vestito. Giù la tua tua camicia, bottone dopo bottone. La mano stretta alla mia come quella volta, quella volta in macchina. Silenzio. Gli occhi puntati sulle tue labbra. Sulla tua cicatrice. Mi ossessiona, la tua cicatrice. Pelle contro pelle in attesa dell’alba. Noi non ci si può lasciare andare, se la luce non ci dice che è ora.

In silenzio scendo dall’auto, come tutte le volte, e  vado via senza voltarmi indietro, recitando un addio a metà tra desiderio e paura che lo sia davvero.

É così che ci immagino, quando penso a quello che non siamo stati mai; é così che ci vedo con gli occhi dell’anima, quando con quelli del corpo scruto un mondo in cui tu non c’entri niente. É questo quello che ho seppellito sotto la vita di tutti i giorni, sotto le risate, sotto gli sguardi, sotto altre mani.

É un desiderio che ancora nascondo, sul confine tra speranza e sogno, alla fine di me.

Distanze

Sono così lontana da alcune cose, che a volte mi sembra di averle solo sognate.