Tutto quel che sei

Un po’ di tempo fa Calvino scrisse che ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone. Ecco, io penso che alcuni libri siano un po’ come le città di Calvino e quando ho cominciato a leggere “Tutto quel che sei“, non lo sapevo di avere tra le mani un’arma che potesse portare un’oasi di sollievo al mio personale deserto.

Tutto comincia in maniera un po’ ordinaria: l’immediata apparizione del nostro eroe, uomo comune a tratti persino un po’ vigliacco; un evento inaspettato, apparentemente inspiegabile, che spinge il personaggio alla ricerca della verità che si nasconde dietro al mistero; un viaggio.

L’atmosfera è surreale, i personaggi familiari, la prosa leggera e colloquiale. Ma se – come il nostro eroe – scaviamo sotto le apparenze,  possiamo scoprire quanto è incerto il confine tra paura e coraggio e conquistare la consapevolezza finale che quello che ci salva è vicino a noi più di quanto possiamo mai immaginare. Tutto questo, a mio avviso, ha un che di geniale.

Da leggere? Assolutamente sì.

L’ultima lettera

“Crediamo di sapere chi morirà e chi vivrà, chi è un eroe, chi si innamorerà di chi; ma ogni storia – d’amore o di guerra – è la storia del nostro guardare a sinistra quando avremmo dovuto guardare a destra”.

Crediamo di essere più forti. Crediamo di non farci male, questa volta. Crediamo che l’aver sbattuto così forte contro un muro ci abbia fatto imparare qualcosa. Crediamo di essere più saggi. Crediamo di sapere quello che ci aspetta. Crediamo di sapere cosa fare. Crediamo chiuse alcune ferite. Crediamo di proteggerci con il nostro orgoglio, con il nostro non abbassare più la testa. Crediamo di non scendere a compromessi. Crediamo di essere abbastanza bravi da essere in grado di proteggere noi stessi. Crediamo di aver imparato a scegliere di chi fidarci. Crediamo che basti prenderci in giro, che non mostrare le emozioni equivalga a non sentire più dolore.

E invece no.

Scarpe pesanti

Posso perdonarti di essere andato via, ma non di essere tornato.

Già in un altro post avevo citato un brano del libro “Molto forte, incredibilmente vicino”. Oggi ne lascio qui una breve descrizione.

“Molto forte, incredibilmente vicino” è il secondo romanzo dell’autore Jonathan Safran Foer, giovane scrittore americano che vive a New York.

Ed è proprio New York, una New York irrimediabilmente segnata dall’attacco al World Trade Center, lo scenario su cui si muove Oskar, il primo personaggio che incontriamo tra le pagine del libro. Oskar, nonostante i suoi 11 anni cammina, viaggia all’interno dei cinque distretti, cercando una serratura da aprire o forse solo un modo per sfuggire, finalmente, alle sue scarpe pesanti. Spalanca i suoi occhi su una New York segnata proprio come lui, che in quell’attacco ha perduto il padre.

La storia corre veloce, tra invenzioni di ogni tipo, lettere provenienti dal passato o da protagonisti improbabili, fotografie, immagini, dialoghi accumulati sotto mobili, angoli che non possono essere visti.

La storia corre veloce su racconti che si aprono come finestre su un mondo già vissuto da Grass nel suo “Il tamburello di latta”. E allora ti rendi conto che i riferimenti sono fin troppo semplici, fin troppo evidenti, a cominciare da quel nome, Oskar, usato per un uomo troppo bambino in un caso, e per un bambino troppo uomo nell’altro.

La storia corre veloce sfruttando un linguaggio che tu non sai più quando appartiene ad un bambino e quando ad un adulto.

La storia corre veloce e prima che tu possa accorgertene sei preso, rapito, irrimediabilmente prigioniero di parole che a tratti scaldano il cuore, ma molto più spesso feriscono.

La storia corre così veloce e diretta che fa male come un treno preso in pieno petto.

La storia corre veloce fino ad un finale impossibile, ma che pure ognuno di noi nella sua testa ha sempre immaginato e, di nascosto, desiderato.

La libertà ritrovata

Un po’ di tempo fa mi è stata offerta un’opportunità a cui non ho saputo dire di no: partecipare a The Review Engine. Praticamente funziona così: io scelgo un ebook tra quelli disponibili, lo ricevo gratuitamente nel giro di pochissimo tempo sulla mia casella di posta elettronica, posso leggero con calma, parlarne e segnalare ad altri le mie opinioni a riguardo.

Il primo libro che ho scelto e di cui adesso voglio parlarvi è “La libertà ritrovata” di Frank Schirrmacher, un saggio che vuole analizzare gli effetti che le nuove tecnologie producono sul modo di vivere e di pensare dell’essere umano, soffermandosi in particolar modo sull’accesso a quella grandissima mole di informazioni che è in grado di fornirci la rete.

Leggendo la parte iniziale del libro, la prima cosa che ho pensato è stata “porcamiseria quant’è giusto quello che dice!”. Chiunque passi anche solo un paio di ore al giorno davanti al pc può notare alcuni degli effetti descritti nel libro: si parte dalla difficoltà a catalogare e scegliere tra tutte le informazioni che ci giungono dai più svariati canali, passando per la conseguente difficoltà a mantenere l’attenzione su un determinato compito o progetto senza farsi continuamente distrarre da stimoli nuovi, fino a giungere alla conclusione che in un paio d’anni “disimpareremo a pensare in modo autonomo perché non sapremo più cosa è importante e cosa non lo è. E ci sottometteremo in quasi tutti i campi al dominio autoritario delle macchine”.

E’ questa la cosa che più mi ha colpito e che mi trova in parte in disaccordo con l’autore. La concezione secondo cui le macchine e la tecnologia, siano un’entità che ci è piovuta dall’alto, un soggetto superiore in grado di sopraffare l’essere umano, siano disumanizzate, una specie di invasione aliena come in uno dei migliori film di fantascienza che la mente umana possa mai concepire. Ecco… la mente umana, appunto.

E’ che dietro una macchina c’è un essere umano che l’ha pensata, dietro un’informazione messa in rete c’è una persona che ha interesse a diffonderla. Dietro un’informazione raccolta da Google ci sono delle persone che quell’informazione vogliono utilizzarla. Delle persone. Le macchine non vogliono, le macchine eseguono. E in questo saggio, per cominciare ad intravedere la presenza di un essere umano bisogna aspettare un bel po’. Solo a metà l’autore proclama “i computer vengono progettati da persone, e fanno ciò che le persone chiedono loro”.

Ed è proprio dalle persone che l’autore alla fine fa nascere la “salvezza”, proprio dalle persone fa partire il trampolino di lancio verso la libertà dell’uomo nell’era digitale.

Senza dubbio è un saggio molto interessante, una riflessione pacata e lucida della condizione della mente umana in questa specie di periodo di transizione in cui ci troviamo catapultati e nei confronti del quale, spesso, non abbiamo l’equipaggiamento adatto. Un saggio sulle prime nozioni di sopravvivenza che ogni cittadino digitale, quale oggi noi tutti siamo, dovrebbe leggere.

Ogni cosa è illuminata

IL ROMANZO, QUANDO TUTTI ERANO CONVINTI DI AVERNE UNO DA SCRIVERE.

Il romanzo è quell’arte che più facilmente si brucia. Così accadde che alla metà del diciannovesimo secolo ogni cittadino del nostro shtetl – uomo o donna o bambino – pensasse di averne da scrivere almeno uno. Questo avvenne probabilmente a causa di un commesso viaggiatore zingaro che la terza domenica di un mese sì e un mese no portava libri a carrettate sulla piazza dello shtetl, reclamizzandoli come Mondi di paraboliche parole, mirabilia di mirabile meravigliosità. Che altro avrebbe potuto affiorare alle labbra di un Popolo Eletto se non Posso farcela?

In quei pochi anni, dal 1850 al 1853, furono scritti oltre settecento romanzi. Uno cominciava così: Quanto tempo è trascorso dall’ultima volta che pensai a quelle mattine sferzate dal vento. Un altro: Dicono che tutti ricordiamo la nostra prima volta, ma io no. Un altro: L’assassinio è un atto orrendo, certo, ma l’assassinio di un fratello è davvero il delitto più atroce che uomo conosca.

Videro la luce duecentosettantadue romanzi di memorie appena velati, sessantasei polizieschi, novantasette di guerra. In centosette romanzi un uomo uccideva suo fratello. In quasi ottantanove si commetteva adulterio. In ventinove, coppie di innamorati si domandavano cosa gli serbasse il futuro, settantotto terminavano in un bacio e in quasi trentacinque si usava la parola vergogna. Gli analfabeti facevano romanzi visuali: collage, acqueforti, disegni a matita, acquerelli. Una speciale sala dei romanzi fu aggiunta alla biblioteca Yankel e Brod, anche se quelli ancora letti cinque anni dopo la sua composizione si contavano sulle dita di una mano.

Un giorno, quasi un secolo più tardi, un bambino sfilava dagli scaffali.

Cerco un libro, disse alla bibliotecaria, che fin da bambina aveva amato i romanzi di Trachimbrod ed era l’unica dello shtetl ad averli letti tutti. L’ha scitto il mio bisnonno.

Come si chiamava?

Safranbrod, ma credo l’abbia scritto con uno pseudonimo.

Il libro, come si intitolava?

Non mi ricordo il titolo. Ma ne parlava sempre. Mi raccontava delle storie contenute nel libro, per farmi dormire.

Di cosa parla? gli chiese lei.

D’amore.

Lei rise. Tutti parlano d’amore.