Miti vari

Una vecchia leggenda indù racconta che vi fu un tempo in cui tutti gli uomini erano dei. Essi però abusarono talmente della loro divinità, che Brahma – signore degli dei – decise di privarli del potere divino e di nasconderlo in un posto dove fosse impossibile trovarlo. Il grande problema fu quello di trovare un nascondiglio. Quando gli dei minori furono riuniti a consiglio per risolvere questo dilemma, essi proposero la cosa seguente: “seppelliamo la divinità dell’uomo nella Terra”. Brahma tuttavia rispose: “No, non basta. Perché l’uomo scaverà e la ritroverà”. Gli dei, allora, replicarono: “In tal caso, gettiamo la divinità nel più profondo degli Oceani”. E di nuovo Brahma rispose: “No, perché prima o poi l’uomo esplorerà le cavità di tutti gli Oceani, e sicuramente un giorno la ritroverà e la riporterà in superficie”. Gli dei minori conclusero allora: “Non sappiamo dove nasconderla, perché non sembra esistere – sulla terra o in mare – luogo alcuno che l’uomo non possa una volta raggiungere”. E fu così che Brahma disse: “Ecco ciò che faremo della divinità dell’uomo: la nasconderemo nel suo io più profondo e segreto, perché è il solo posto dove non gli verrà mai in mente di cercarla”.
A partire da quel tempo, conclude la leggenda, l’uomo ha compiuto più volte il giro della terra, ha esplorato, scalato montagne, scavato la terra e si è immerso nei mari alla ricerca di qualcosa che si trova dentro di lui.

Mutability

di Percy Bysshe Shelley

Noi siamo come nuvole che velano la luna a mezzanotte;
così irrequiete sfrecciano, e sfavillano, e fremono, striando
l’oscurità radiosamente!  eppure subito
la notte si richiude attorno, e le cancella:

o come lire dimenticate, le cui dissonanti corde
rendono a ogni vario soffio del vento una risposta varia,
alla cui fragile struttura nessuna nuova vibrazione apporta
un tono o una modulazione pari all’ultimo.

Noi riposiamo  e un sogno ha la potenza di avvelenarci il sonno.
Ci alziamo  e un pensiero errante può inquinare il giorno.
Sentiamo, concepiamo o ragioniamo, ridiamo o piangiamo,
ci disperiamo, o gettiamo via ogni affanno:

è tutto uguale!  Sia una gioia o un dolore,
la via della sua dipartita è sempre aperta:
l’ieri dell’uomo non può mai essere simile al domani;
niente nel mondo può durare, eccetto la Mutevolezza.

Quando il passato è passato?

Io e le mie seghe mentali dopo il solito viaggio. Eccoci qui. Ancora una pagina bianca. Ancora domande. Ché il titolo, poi fa anche un po’ Sex and the city. Mi sento come Carry con i suoi dilemmi da trentenne. Solo che invece che in un appartamento newyorkese sono su un treno che, più che altro, sembra un carro bestiame. Maledette ferrovie dello stato (si, tutto in minuscolo, ché il maiuscolo non se lo meritano mica…)

 

Cos’è? Cos’è che un giorno mi fa sentire grande, forte stabile. Cos’è che il giorno dopo, invece, mi fa sentire una bambina capricciosa, arrabbiata, insicura e imbranata? Cos’è che ritorna, ogni volta imperterrito, a farmi riconsiderare ancora tutto? Cos’è che mi fa stare bene quando sono a Bologna e al contrario mi ri-catapulta in basso quando sono qui? Cos’è che mi costringe a ricominciare da ogni viaggio in treno? Ma poi… c’è un senso? E se c’è, qualcuno per favore potrebbe spiegarmelo? Perché un giorno, all’improvviso, deve tornare la memoria delle chiacchiere davanti a dei bicchieri sempre troppo vuoti? E perché ci si deve ricordare della birra alle sei del pomeriggio e delle albe arrivate sempre troppo presto? Perché non scappare? Perché ritornare sempre qui? Perché non chiudersi il passato alle spalle una volta per tutte? Ma soprattutto… si può chiudere il passato alle spalle una volta per tutte? O quello, bastardo, un bel giorno risalta fuori da un angolo solo per il gusto di annullare tutte le certezze che te avevi messo, in ordine, una sull’altra? Perché tutti questi perché? Perchè mi vien voglia di scrivere qui ma non di parlarti di persona. Ecco si, mi rivolgo (ahimè) ancora a te. È tanto che non lo faccio, ma adesso ho un buon motivo: ho una domanda. Perché io?

 

Il treno dell’emigrante

Gianni Rodari

 

Non è grossa, non è pesante la valiga dell’emigrante…

C’è un po’ di terra del mio villaggio per non restare sono in viaggio…

Un vestito, un pane, un frutto, e questo è tutto.

Ma il cuore no, non l’ho portato: nella valigia non c’è entrato.

Troppa pena aveva a partire, oltre il mare non vuol venire.

Lui resta, fedele come un cane, nella terra che non mi dà pane:

un piccolo campo proprio lassù… ma il treno corre: non si vede più.

 

Il dittatore

Un punto piccoletto,

superbioso e iracondo

“dopo di me – gridava –

verrà la fine del mondo!”

Le parole protestarono:

“Ma che grilli hai pel capo?

Si crede un Punto-e-basta,

e non è che un Punto-e-a-capo”.

Tutto solo a mezza pagina

lo piantarono in asso,

e il mondo continuò

una riga più in basso.

Rodari