Assenze

Ho detto “Hey tu” al mio vicino di casa. Ho fantasticato su un passante che aveva lo stesso profumo che mettevi tu. Ho preparato caffè bollente a tutte le persone che sono venute a trovarmi. Ho riso quando qualcuno mi ha chiamata come facevi tu. Ho ascoltato tutte le canzoni che andavano mentre eravamo insieme e ho ballato fino ad essere così stanca da addormentarmi. Ho bevuto la nostra birra con mille amici.

Hai lasciato solo vuoti, tutto quello che devo fare è riempirli.

Tutto quel che sei

Un po’ di tempo fa Calvino scrisse che ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone. Ecco, io penso che alcuni libri siano un po’ come le città di Calvino e quando ho cominciato a leggere “Tutto quel che sei“, non lo sapevo di avere tra le mani un’arma che potesse portare un’oasi di sollievo al mio personale deserto.

Tutto comincia in maniera un po’ ordinaria: l’immediata apparizione del nostro eroe, uomo comune a tratti persino un po’ vigliacco; un evento inaspettato, apparentemente inspiegabile, che spinge il personaggio alla ricerca della verità che si nasconde dietro al mistero; un viaggio.

L’atmosfera è surreale, i personaggi familiari, la prosa leggera e colloquiale. Ma se – come il nostro eroe – scaviamo sotto le apparenze,  possiamo scoprire quanto è incerto il confine tra paura e coraggio e conquistare la consapevolezza finale che quello che ci salva è vicino a noi più di quanto possiamo mai immaginare. Tutto questo, a mio avviso, ha un che di geniale.

Da leggere? Assolutamente sì.

Lungo il cammino

Due estremi ha la strada e a tutte e due qualcuno mi aspetta.

Ci sono dei consigli, delle frasi che ci portiamo dietro sempre e che riappaiono quando più ne abbiamo bisogno. Una delle mie preferite mi è stata detta una sera, da una persona che conoscevo appena, in un dialetto ormai troppo familiare: “t’ha da’ batt u core, uagnè. T’ha da’ sciucà ‘a cart”. All’incirca vuol dire che mi deve battere il cuore, che devo giocarmi la carta. Rischiare.

Ho sempre avuto dei problemi con i bivi. Non riesco mai a lasciarmi alle spalle la strada che non ho preso. Quella possibilità continua a vivere parallelamente alla relatà, ci gioco, la immagino, ne studio gli infiniti momenti che avrebbe potuto offrirmi. A volte la rimpiango, persino.

È che ogni volta che devo fare una scelta tendo a seguire l’istinto, anche quando ho analizzato attentamente la situazione e la ragione mi ha detto che quella non è la scelta giusta.

È che faccio fatica ad arrendermi all’inevitabile, se c’è da tentare il tutto per tutto non mi tiro indietro, mai.

Ma persino adesso che sono a pezzi – adesso che non so neanche come riuscirò a ricucirmi di nuovo – soprattutto adesso so che il percorso che non ho scelto è vuoto. È nella strada che ho imboccato che c’è, per quanto faticosa sia, la vita.

L’ultima lettera

“Crediamo di sapere chi morirà e chi vivrà, chi è un eroe, chi si innamorerà di chi; ma ogni storia – d’amore o di guerra – è la storia del nostro guardare a sinistra quando avremmo dovuto guardare a destra”.

Crediamo di essere più forti. Crediamo di non farci male, questa volta. Crediamo che l’aver sbattuto così forte contro un muro ci abbia fatto imparare qualcosa. Crediamo di essere più saggi. Crediamo di sapere quello che ci aspetta. Crediamo di sapere cosa fare. Crediamo chiuse alcune ferite. Crediamo di proteggerci con il nostro orgoglio, con il nostro non abbassare più la testa. Crediamo di non scendere a compromessi. Crediamo di essere abbastanza bravi da essere in grado di proteggere noi stessi. Crediamo di aver imparato a scegliere di chi fidarci. Crediamo che basti prenderci in giro, che non mostrare le emozioni equivalga a non sentire più dolore.

E invece no.

Definizioni

La cicatrice comunque rivela che la ferita non c’è più e che la pelle è, in un modo o nell’altro, guarita.