Wishlist #3

Mi hanno sempre spiegato, e ho sempre letto, che si conoscono poco le potenzialità della mente umana e che, mentre abbiamo sviluppato in maniera enorme la parte razionale e cognitiva della nostra mente, quella che regola le nostre emozioni e la nostra empatia è rimasta ad un livello poco più che primitivo.

E allora certe volte, quelle volte in cui mi ritrovo a pensarti spesso e tanto, spero che una parte del mio cervello o del tuo sia evoluta abbastanza da farsi sentire. O sentirmi.

Le sere come questa in cui ti penso forte, mi ritrovo a sperare che una parte anche piccolissima del mio pensiero arrivi fino a te. Che ti fermi anche solo per un attimo, qualunque cosa tu stia facendo o chiunque tu stia accarezzando.

E che pensi a me.

Il bar di una stazione qualunque

Mi piace ricordarlo così. Ogni anno:

Il bar della stazione della città di B. ronzava di gente. Erano i giorni di punta dell’esodo vacanziero. Truppe valigiate e zainate riempivano e svuotavano treni, attendevano stremate dal caldo, si accampavano nelle combinazioni più teatrali, dal presepe al bivacco militare. E soprattutto si accalcavano alle casse del bar, inseguendo glaciali lattine e rugiadose bottiglie che, una volta conquistate, reggevano alte sulla testa come ostensori, o cullavano maternamente tra le braccia. Soldati in divisa guatavano nordiche rosee, chitarre di alternativi sfioravano teleobiettivi di samurai, mamme monumentali controllavano diserzioni di prole, babbi carichi come somari tentavano, con l’ultimo dito libero, di tenere al guinzaglio un botolo scatenato dagli afrori. Pazienti ferrovieri fornivano indicazioni a suor-sergentesse di brigate rosariate mentre branchi di giovanetti si spostavano compatti, e le sponsorizzazioni delle magliette si confondevano con quelle degli zaini, tanto da farli sembrare un enorme polipoide pronto a scivolare dentro al treno da un unico finestrino.

Quattro africani, ognuno con boutique al seguito, cercavano di piazzare mercanzia con alterna fortuna, un quinto riposava sdraiato tra collane, giraffe e occhiali neri, come il sultano di una reggia in liquidazione.

Due vecchie vestite di nero, in transito dalle isole, tagliavano fette di provola per una nidiata di marmocchi in mutande. Un uomo obeso, sudato, beveva birra a collo e mostrava coraggiosamente al mondo due cosciotti da tirannosauro sboccianti da shorts fucsia con la scritta “SportLine”. Un barbone camminava reggendo nella mano destra una busta con la casa e nella sinistra il guardaroba.

Un’antilope bionda, bellissima, ambrata, avanzò tra i tavoli accendendo i sogni di tutti i militari presenti, ma ahimè, poco dopo la affiancò un Thor in canottiera traforata a riccioli biondi che educatamente si mise in fila troneggiando sopra brevilinei calabresi e sbarbine romagnole già rombanti in pole position per la discoteca.

Si attendeva il 9,06 in ritardo, il 9,42 speciale, il 10,00 seconda classe settori B e C. Tutti erano partenzapér o arrivodà.

Solo due clienti del bar sembravano indifferenti alla generale eccitazione, come separati dalla folla da un velo invisibile… [continua qui]

Wishlist #2

Se uscissimo insieme potremmo scoprire che non abbiamo niente in comune, che tra noi non funzionerebbe mai.

Magari tu preferisci la montagna al mare, i cani ai gatti, il vino rosso a quello bianco.

O, peggio, sei astemio. Ecco, questo metterebbe decisamente fine al nostro rapporto.

Esci e scopri con me che insieme non stiamo bene.

Sul coraggio

Chiamalo tu e diglielo.

Digli che mi piace davvero, che davvero non pensavo più che qualcuno potesse piacermi così tanto.

Chiamalo tu e diglielo che durante il giorno a volte mi sorprendo a pensarlo.

Chiamalo tu e diglielo che ogni volta che ricordo qualcosa di lui sorrido nell’anima, anche se è una giornata dura e difficile. Chiamalo tu e diglielo mentre io in silenzio ascolto il suo accento che mi piace così tanto.

Vai tu a trovarlo e diglielo.

Vai tu a trovarlo e diglielo che nelle calde sere d’estate lo cerco in un smorfia che tanto assomiglia alla sua, nell’andare di un passante, nelle mani di uno sconosciuto. Vai tu a trovarlo e diglielo che lo cerco anche se so che non potrò trovarlo.

Vai tu a trovarlo e diglielo che io sono giusta per lui, che ci incastriamo alla perfezione.

Vai tu a trovarlo e diglielo che poter passare del tempo insieme sarebbe fantastico. Vai tu a trovarlo e diglielo mentre io, nascosta, lo guardo sorridere.

Prendi tu il mio cuore e daglielo. Io non ne sono capace.

Di viaggi e ricerche

Un giorno aveva perso la felicità

Non sapeva davvero bene com’era successo. S’era svegliata e non c’era più. La felicità, dico.

Aveva provato a cercarla nelle cose che conosceva, nel posto che pensava fosse casa sua. Aveva provato a cercarla nei cassetti -la felicità- e sotto il letto e tra le lettere degli affetti di un tempo e tra i fiori appassiti conservati nelle pagine dei libri. E negli scatoloni.

Quando non l’aveva trovata -la felicità- prima s’era messa un po’ a piangere. Poi, con la determinazione di cui sono capaci solo le persone che non sanno a cosa stanno andando incontro, aveva deciso di andarla a cercare fuori. Nei posti sconosciuti.

Aveva attraversato città immense, cercandola -la felicità- in vicoli che non aveva mai visto prima. Su segnaletiche scritte in lingue che neanche conosceva.

Era entrata in negozi d’alta classe, cercandola -la felicità- in camerini grandi come case, in vestiti da principesse.

Si era mescolata con persone che non aveva mai visto prima e aveva regalato loro del tempo, anche se non gli piacevano davvero, pur di avere sempre posti dove continuare a cercarla, la felicità.

Aveva visto ed era stata in così tanti luoghi che alla fine si era persa lei stessa. Non si conosceva più. In quello stato non sarebbe mai riuscita a trovarla, la felicità.

Quando ho cominciato a scrivere, in questo blog o sui vari foglietti sparsi qua e là, ero alle porte dell’inferno, ma ancora non lo sapevo. Non sapevo che ci sarei entrata, non sapevo di tutto il tempo che avrei impiegato per attraversarlo. Di certo non sapevo se sarei riuscita ad venirne fuori.

E poi, in un giorno un po’ piovoso alle porte dell’estate, mi sono riconosciuta. In un gesto gentile verso un’altra persona, nella voglia di uscire e di ballare, in una risata nata all’improvviso. In un capriccio.

In un giorno un po’ piovoso alle porte dell’estate -in questo giorno un po’ piovoso alle porte dell’estate- ho capito che la felicità è riconoscersi.

Sapersi.