Essere John Fante

Khenzo

Essere John Fante. Bisbigliare parole al pavimento. Avere una vita non più lunga di due righe. Scrivere esattamente ciò che si pensa, o pensare esattamente ciò che si scrive, in modo sublime, scientificamente, non una parola fuori posto. Costruire un personaggio con la precisione di un orologiaio svizzero. Imbastire metafore come se reggessero da sole il mondo. Essere Arturo Bandini. Il miglior scrittore del mondo, quello de Il cagnolino rise, un perdente patentato, uno scialacquatore di denari, un amante incapace, un essere generoso, altruista, fannullone, fanfarone.

Venire prima del bee boop, essere il bee boop, il free jazzDizzy Gillespie, un padre fondatore, uno che si fa amare da Charles Bukowski. Ce ne vuole per essere amati da Charles Bukowski, a patto di non essere un/quarto di whisky e tre/quarti di Seven Up. O una bella donna. Una donna facile. Più di una notte di seguito. Al mattino, soprattutto.

Ecco che non si sentono più le lancette del pendolo. Ecco che i periodi si accorciano. Ecco lo spirito di Fante/Bandini bussare alla porta. Ma gli spiriti, quelli veri, non bussano. Entrano e basta. Ecco, che tutto tace.

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